I raffinati del sadomaso lo chiamano spanking. In effetti anche a me, che preferisco non usare mai espressioni in inglese, il termine ‘sculacciata’ sembra troppo casereccio, troppo misero. Per me si tratta di un vero rituale, da svolgere con lentezza, fra pause di silenzio, nell’ombra. Mettere in ginocchio la donna sul divano o sul letto. Alzarle la gonna. Abbassarle le calze. Sfilarle a poco a poco le mutandine… Guardare a lungo i suoi fianchi nudi, le sue cosce, il suo culo… E solo a questo punto, dopo averle accarezzato i capelli, dopo aver respirato a fondo, alzare lentamente la mano e… iniziare. Questa è l’introduzione, che precede il rituale vero e proprio: sempre identica, sempre diversa – eccitante come un primo passo nell’oscurità del mistero, come un primo assaggio dei suoi acri, conturbanti sapori.
Stringo una molletta sul tuo capezzolo. La apro bruscamente. La stringo di nuovo. Ed ogni volta c'è questo brivido che ti percorre sottopelle, questa smorfia delle tue labbra, questo lamento quasi inudibile. Come se volessi dirmi di andare avanti, come se ne avessi paura - tu schiava attenta e silenziosa, che centellini ogni emozione.
[Continua...] Lei chiude gli occhi, ansimando, in attesa del primo colpo. Sa che deve arrivare. Desidera che arrivi. Adesso!
Un bruciore intenso. Un brivido che le percorre tutto il corpo. Poi il secondo, il terzo… Lui colpisce con precisione sullo stesso punto, con forza, finché non vi vede segnata l’impronta della propria mano. Allora si sposta su un altro punto: un altro schiaffo, un’altra impronta. Le natiche di lei sobbalzano, morbide, ad ogni colpo; oscillano un poco, poi si irrigidiscono, poi tremano di nuovo, secondo un ritmo regolare e implacabile. Ogni tanto lui fa una pausa e le accarezza con entrambe le mani i fianchi e le cosce. Poi riprende con più forza. Un colpo. Due colpi. E il culo di lei si accende presto di un colore rosso fiamma.
Tre colpi. Quattro. Cinque…
[... Continua] Lui le solleva la gonna fin sopra la schiena. Le passa le mani sulle gambe nude, su e giù. Poi di colpo le afferra le mutandine e gliele fa scendere fino alle ginocchia. “Allora, cos’hai da dirmi per giustificarti?”.
“Io… nulla. – mormora lei – Ho sbagliato. Merito… merito una punizione”.
“Dillo più forte!”.
“Una punizione, sì”.
“E quale?”.
“Di essere…”.
“Dillo!”.
“Di essere… sculacciata”.
“Ok, l’hai detto tu”. Le palpa le natiche, le dà dei pizzicotti. La pelle del culo è fredda, ma a poco a poco, stringendola sempre più forte e massaggiandola energicamente, la sente diventare più calda sotto le mani. Come se esprimesse un desiderio. Come se lo chiamasse.
Lei chiude gli occhi, ansimando, in attesa del primo colpo. Sa che deve arrivare. Desidera che arrivi. Adesso!
[Continua...]
Le regole del gioco sono già state concordate fra loro; ma la prima regola è che tutto deve svolgersi in maniera naturale: come se lei fosse davvero una studentessa che non ha studiato e lui il professore severo che la deve punire. “Non ho studiato” mormora lei, infatti, mentre è ancora ferma sulla porta, a testa bassa; e già le sembra di essere entrata nella parte e di potersi lasciare andare alle proprie emozioni senza pensare più a nulla. Il cuore le batte forte.
Lui è seduto su una sedia. Le fa cenno bruscamente di avvicinarsi e le indica le proprie ginocchia. Con infinita cautela, forse con timore, lei avanza verso di lui; poi si china lentamente e poggia la parte anteriore del corpo sulle gambe dell’uomo. Allunga in avanti le braccia per tenersi in equilibrio sfiorando il pavimento con la punta delle dita.
Lui le solleva la gonna fin sopra la schiena. Le passa le mani sulle gambe nude, su e giù...
[continua...]
Nell'erotismo è un gioco di specchi vertiginoso. Io ti guardo in quella certa posizione, mentre ti faccio subire qualcosa; e tu sai che io ti guardo; e io so che tu lo sai; e tu sai che io so che tu lo sai. E sono scosso come da un brivido freddo – che è insieme angoscia, e insieme febbre, e insieme vergogna – solo al pensiero di quel minimo gesto che sto per compiere: e tu, guardandomi negli occhi, ti senti percorrere da quel brivido, identico – come se fosse, da sempre, il tuo desiderio più segreto. E io ti guardo e lo so. E tu sai che io lo so... E così via, così via, all'infinito.
Le abbassa lentamente le calze. Le sfiora le cosce nude con le dita. Socchiude gli occhi, per percepire più a fondo le sfumature vaghe della leggerissima sensazione tattile che va provando sui polpastrelli. Una sensazione ineffabile, che non saprebbe come descrivere, se non in termini sinestesici: profumata e colorata d’oro, preziosa e musicale, intima come un ricordo d’infanzia.
A volte le chiede di alzare il piede nudo e di avvicinarlo alle sue mani. Dopo averglielo baciato, le infila con dolcezza e le tira su, lungo le gambe, delle calze autoreggenti. Poi, dopo averne valutato a lungo le linee del disegno e le sfumature dei colori, inizia a sfilargliele lentamente, sfiorando appena con la punta delle dita gli spazi di pelle che a poco a poco le viene liberando. Spesso fa continuare a lungo questo gioco-rituale, provando con altre calze dai colori diversi. E sempre, mentre le viene togliendo e vede riapparire nella penombra la tinta appena abbronzata della pelle delle cosce, delle ginocchia, delle caviglie, è preso da una eccitazione confusa e febbrile.
A volte si masturba contro le gambe di lei, fra i suoi piedi o fra le sue cosce.
La tua verità è la tua pelle.
La tua pelle e le mie labbra che la creano.
La tua pelle.
Questa vaga superficie, ora morbida ora tesa, ora chiara ora in ombra.
Questo liscio velluto.
Questi gioielli oscuri che l’accendono: un neo sul seno destro; un altro su un fianco, a sinistra.
Un altro ancora, minimo, accanto all’ombelico.
Segreti.
La loro essenza che è la tua: infinitamente intima; unica e perfetta. Visibile e nel contempo irraggiungibile.
Li sfioro con la lingua, li bagno appena con la mia saliva.
Il tuo sapore.
La tua verità.