Apre la porta della camera d'albergo, lentamente. Come d'accordo, lei lo sta aspettando: sdraiata sul letto, nuda, con una maschera sul volto che le impedisce di vedere e di essere vista. Le si avvicina, la guarda a lungo: osserva la lieve abbronzatura sulla pelle delle gambe, il pallore intorno all'inguine, la luce pallida diffusa sul ventre, le ombre fra un seno e l'altro. Poi inizia a sfiorarle con le dita ora il collo, ora le spalle, ora i fianchi. Non dice nulla. Socchiude gli occhi, per cercare di distinguere e di gustare nell'anima le minime sfumature che il contatto gli rivela di quella pelle ignota: qui più liscia, qui appena segnata da una quasi impercettibile peluria; qui immobile come un rigido velluto, qui percorsa da un fremito leggerissimo. Poi riapre gli occhi e torna a guardare affascinato il corpo di lei, centimetro per centimetro, come per riconnettere stabilmente le immagini visive alle sensazioni tattili. E intanto le sue mani cominciano a premere più forte, a sollecitare la pelle, a tirarla, a pizzicarla. Quasi gli manca il respiro quando le allarga bruscamente le cosce...
Vuole conoscerla. E lei stessa vuole essere conosciuta in questo modo. L'accordo che hanno stipulato ne fa due complici, muti e consapevoli. Sperimentano una conoscenza che non inizi da un incontro di sguardi o dalla vista di un volto, né tanto meno da un dialogo: ma solo dal contatto delle mani sulla pelle, dall'abbandono del corpo di lei al desiderio di lui. Un corpo senza identità. Un desiderio anonimo. Una conoscenza, forse, profonda come nessun'altra. Infinitamente vertiginosa. Infinitamente rischiosa.
Potrei chiederti di sollevare le gambe, per seguire con gli occhi il movimento lievissimo delle luci e delle ombre dalle tue caviglie alle tue ginocchia, dalle tue ginocchia alle tue cosce. Oppure di aprirle, per guardare da vicino l'oscuro segreto dischiuso dalle tue labbra, a malapena visibile. Potrei anche ordinarti di chiudere gli occhi; o potrei bendarteli. E poi mi avvicinerei a te e poserei le dita sul tuo corpo: e potrebbe essere allora una carezza leggerissima, ad esempio su un capezzolo; oppure una carezza più lunga ed attenta, dai seni ai fianchi e quindi giù lungo le cosce, fino ai polpacci. Oppure un pizzicotto. Oppure uno schiaffo. Una serie di schiaffi sulle natiche. Ed io, affascinato, mi incanterei a guardare, fra un colpo e l'altro, le pallide impronte rosate che affiorerebbero sulla tua pelle. Come una risposta delicata della tua carne. Come un invito muto a non fermarmi.
Ci sono parti del corpo femminile che mi affascinano in modo particolare. Credo che sia normale. Dicono che ogni uomo sia un feticista: chi dei seni, chi del culo, chi dei piedi. Io sono affascinato dalle gambe. Se sono visibili, è la prima cosa che guardo in una donna, dopo gli occhi. Gli occhi e le gambe. E se le gambe sono belle – o meglio, sono conformi alla mia idea di bellezza -, posso passare sopra a qualunque difetto. Perché già sono preso dal sogno di passare le mie mani sulla loro pelle, di sfiorarle a lungo, di palparle, di massaggiarle; e poi di leccarle, di succhiarle, di morderle. Per sentirne la consistenza e la morbidezza, l'odore e il sapore. Per perdermi nella loro duplice e insieme unica realtà di luci simmetriche e di ombre profonde.
Ho stretto forte un capezzolo fra due dita e l'ho tirato in su. Il seno ha cambiato forma, si è allungato, si è come distorto. Lei si lamentava a bassa voce: un sussurro rauco, che poteva essere di piacere o di dolore, o le due cose insieme. Come se dormisse. Come se stesse sognando.
Nel pugno dell'altra mano stringevo un frustino: l'ho sollevato e, dopo essermi trattenuto per un momento, l’ho colpita sul seno, con un colpo secco, subito sopra il capezzolo che le stavo tirando. Uno schiocco sordo; un grido subito soffocato di lei. Poi ho continuato a frustarla sullo stesso seno, un po' più sopra, dall'alto in basso, con forza crescente, finché non ho visto apparire sulla pelle due o tre strisce sottilissime di un pallido colore rosa-viola.
Mi sono abbassato su di lei e le ho mormorato all'orecchio: «Adesso passiamo all'altro seno»; e lei, a voce bassissima, muovendo appena le labbra, mi ha risposto «Sì...». Aveva la fronte coperta di sudore.
Lei è supina sul letto, nuda. Ha le braccia e le gambe aperte. I polsi e le caviglie sono legati da corde. Ha gli occhi bendati.
Mi avvicino a lei. Le passo con cautela due dita su un capezzolo; poi sull'altro. Vedo tremare appena la sua pelle. Avvicino le labbra ai suoi seni: ci soffio sopra. Li lecco. Poi mi alzo e inizio a colpirli con la mano, dapprima lentamente, poi sempre più forte. Uno schiaffo sul seno destro, uno schiaffo sul seno sinistro. Vado avanti così per un minuto.
Infine mi fermo. La lascio respirare in fretta, dolorosamente. Poi mi abbasso di nuovo su di lei. Di nuovo le passo la lingua sulla pelle dei seni: adesso è più calda, come se lei avesse la febbre. Mi soffermo a lungo con la lingua su un capezzolo. Il suo petto si muove veloce in su e in giù, al ritmo del suo ansimare. Le succhio il capezzolo con infinita attenzione, con infinita avidità.
Le aveva chiesto un giorno come potesse accettare quello che subiva: anche le frustate, ad esempio, che molte donne tollerano soltanto se simboliche.
«Non lo so, – gli aveva risposto, abbassando gli occhi – il fatto è che mi sento guardata, mi sento al centro di un interessamento. E' come se in questo modo acquistassi peso... acquistassi realtà».
Lui ha pensato spesso a questa risposta. Ci ripensa anche adesso, mentre lei è sdraiata sul letto, bendata, con i polsi e le caviglie legate con una corda. E' vero, c'è il guardare intensamente (quello sguardo fisso e attentissimo che soltanto un chirurgo, o, chissà, l'adoratore di un idolo, potrebbe avere); e c'è l'interessarsi. E' difficile per lui da spiegare. Non è un interessarsi qualunque. È legato – lui pensa – a qualcosa di vertiginosamente profondo. E' come se, in questi momenti, non esistesse null'altro al mondo che il rapporto fra lui, con la frusta in mano, e il corpo della donna. Come se per quel corpo lui provasse un interesse totale e assoluto. Come se ne fosse assorbito. Come se i suoi pensieri non esistessero più se non dentro quell'interesse.
Forse per lei è lo stesso: è come uno specchio che riflette uno specchio. Lei sente come lui sia ossessionato e preso e catturato dall'immagine di questo corpo femminile denudato e rigato di lividi. Lo sa: e glielo offre consapevolmente; e ne prova un'ebbrezza e una vertigine che la sollevano infinitamente al di sopra del dolore che pur sempre viene provando.
Perché questa donna mi è più vicina di qualunque altra donna che io possa avere mai amato? E' una sensazione oscura: sì, la sento vicina.
Forse perché so di poter usare il suo corpo come mi pare? Lei me lo chiede, lei lo vuole: che io lo tocchi, lo stringa, lo leghi, lo frusti, come se fosse un oggetto inanimato.
Eppure è una sensazione diversa da quella che potrei avere se usassi, ad esempio, una bambola di gomma. Una bambola non prova emozioni.
Importa quindi che lei senta sulla propria pelle, con i nervi tesi e brucianti? che lei soffra davvero? oppure che assentisca a quello che le sto per fare?
Lei è per me, adesso, un oggetto che dice sì. Qui sta la chiave dell'enigma. E' un oggetto, lo posso usare come voglio. Ma può dire sì. E nessun oggetto, nessuna bambola lo potrebbe fare.
Nella mia attrazione per lei c'è una sorta di cupa, disperata gratitudine per questo suo sì.
Amo solo il tuo corpo. E' infinito come la luce, è fragile come il vetro, è denso e compatto come la terra. Le mie mani e le mie dita e le mie labbra lo vivono come proprio. Fa parte di me, tutto. Lo voglio usare; lo voglio maneggiare; lo voglio leccare e succhiare e consumare. Lo voglio mordere. Per liberare me stesso da lui. Lo voglio penetrare. Per riscoprire me stesso in lui e dentro di lui.