Le abbassa lentamente le calze. Le sfiora le cosce nude con le dita. Socchiude gli occhi, per percepire più a fondo le sfumature vaghe della leggerissima sensazione tattile che va provando sui polpastrelli. Una sensazione ineffabile, che non saprebbe come descrivere, se non in termini sinestesici: profumata e colorata d’oro, preziosa e musicale, intima come un ricordo d’infanzia.
A volte le chiede di alzare il piede nudo e di avvicinarlo alle sue mani. Dopo averglielo baciato, le infila con dolcezza e le tira su, lungo le gambe, delle calze autoreggenti. Poi, dopo averne valutato a lungo le linee del disegno e le sfumature dei colori, inizia a sfilargliele lentamente, sfiorando appena con la punta delle dita gli spazi di pelle che a poco a poco le viene liberando. Spesso fa continuare a lungo questo gioco-rituale, provando con altre calze dai colori diversi. E sempre, mentre le viene togliendo e vede riapparire nella penombra la tinta appena abbronzata della pelle delle cosce, delle ginocchia, delle caviglie, è preso da una eccitazione confusa e febbrile.
A volte si masturba contro le gambe di lei, fra i suoi piedi o fra le sue cosce.
La tua verità è la tua pelle.
La tua pelle e le mie labbra che la creano.
La tua pelle.
Questa vaga superficie, ora morbida ora tesa, ora chiara ora in ombra.
Questo liscio velluto.
Questi gioielli oscuri che l’accendono: un neo sul seno destro; un altro su un fianco, a sinistra.
Un altro ancora, minimo, accanto all’ombelico.
Segreti.
La loro essenza che è la tua: infinitamente intima; unica e perfetta. Visibile e nel contempo irraggiungibile.
Li sfioro con la lingua, li bagno appena con la mia saliva.
Il tuo sapore.
La tua verità.
La obbliga a mettersi in ginocchio sul letto, nuda. La prende per i capelli, spingendole con forza la testa in giù; e gliela tiene premuta contro il cuscino, mentre con l’altra mano le dà degli schiaffi sulle natiche perché le sollevi il più possibile. Sposta la lampada sul comodino avvicinandola al letto, in modo che le illumini con più crudezza le cosce e il culo sollevato. “Te lo voglio vedere bene, te lo voglio guardare in piena luce” le dice. Glielo stringe, glielo palpa a lungo, sapendo che lei si vergogna di essere toccata e guardata in quel punto. Poi le allarga bruscamente la fessura anale, ci passa sopra con la mano, di taglio: la percorre in su e in giù, premendo sempre più forte. Se lei si muove, anche solo di poco, le colpisce i fianchi e le cosce con schiaffi secchi e brucianti.
“Adesso?” chiede lei, in un sussurro. “Adesso!” lui conferma. Le infila in bocca due dita, che lei succhia avidamente. “Bagnale, fai presto! – le ordina – devono entrare come se ti scivolassero dentro”. Gliele toglie di colpo. Lei solleva ancora di più le natiche. Un rivolo di saliva le scende dalle labbra. Chiude gli occhi: apre ancora di più le cosce ed il culo, in attesa.

Le mie dita sono lunghe, lo sai, sono sensibili: due dita magre, sottili. Si spingono dentro di te, lentamente. Si muovono piano, in accordo coi movimenti sinuosi dei tuoi fianchi. Ora escono un poco; ora rientrano, a fondo. Si divaricano appena; si girano; si allungano. Le mie dita, che cercano la verità profonda di te stessa - la tua oscurità, la tua morbidezza, là...
Il palmo della mia mano che colpisce la tua pelle. Quel bruciore che per un attimo ci accomuna. Prossimità dolorosa. Identità dissolte. Tu sei giù, sulle mie ginocchia; io sono su, ti guardo dall'alto. La terra e il cielo, dunque? No, io scendo su di te. Ad ogni schiaffo scendo più dentro, nella tua carne morbida, nelle tue profondità; mi avvolgo in te, mi stringo e mi rannicchio in te, nel segreto del tuo dolore e della tua paura. E tu sali a me, ti riveli, ti avvicini. Sei l'evidenza della tua pelle, che mi brucia sotto le dita: la luce delle tue cosce nude; il tremore delle tue gambe. I tuoi gemiti – lamenti? implorazioni? – sono i tuoi, sono i miei. "Vai avanti, – mi dici – ancora, – ti dico – ancora...". Ti appròssimi a me, sempre di più. E io a te. Ti cerco, ti colpisco. Ti copro e ti avvolgo. Mi lascio coprire e mi lascio avvolgere da te. Ti colpisco, ti colpisco più forte. Non posso fare altro. "Ancora, – mi sussurri – ancora".
